Ormai ogn
uno può avere il suo cretino quarto d’ora di celebrità molto a buon mercato. Ma io voglio parlare di un altro quarto d’ora. E’ Il Quarto d’Ora perché è l’ultimo. E’ l’avvicinarsi della soglia, gli ultimi passi verso la porta, sì, anche dello spavento supremo.
E non importa la mano invisibile che all’ultimo ti afferra il tallone.
Un quarto d’ora - ma può essere anche secondo, giorno o settimana - scomodo, uno si immagina. Ma spesso anche l’unica occasione per fare la propria conoscenza, rendersi celebri a sé stessi.
Il principe Myškin, ovvero l’Idiota, raccontò la storia venutagli in mente per caso, di un condannato a morte. Nel buffo accalorarsi tradiva l’esperienza diretta di Dostoevkij, graziato a un passo dalla fucilazione. Ogni cosa era impressa indelebilmente: i preparativi del patibolo, i lunghi vestiti bianchi dei condannati, il crocifisso e la benedizione del prete. Dieci minuti erano passati.
gli pareva di dover vivere in quei cinque minuti tante vite, che per il momento non era il caso di pensare all’ultimo istante
Poi, dopo aver salutato i compagni - rimanevano ormai due, tre minuti - si propose di pensare a se stesso:
aveva sempre avuto il desiderio di raffigurarsi, con la maggior rapidità e chiarezza possibile, come mai adesso esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato un certo che, qualcosa o qualcuno; ma chi? E dove? Tutto questo credeva di risolverlo in quei due minuti!
E alla fine, la risposta: dal tetto dorato di una chiesa, i raggi del sole sprizzavano luce:
gli sembrava che fossero la sua nuova natura, e che di li a tre minuti egli si sarebbe in qualche modo fuso con essi…
E allora s’impose un pensiero, il pensiero di poter vivere in eterno, la promessa che non avrebbe più dissipato un solo secondo, nemmeno uno avrebbe perso di quel tempo che solo allora gli era apparso così prezioso, nel suo vero, incommutabile prezzo.
La pena, all’ultimo minuto, fu commutata. L’insperato soccorso che piomba giù dall’alto. Ma che? Il condannato confessò al Principe di non aver vissuto affatto come promesso, e di aver perso in seguito molti minuti.
…
E’ fine gennaio, i crepuscoli sprizzano raggi gassosi, il sole scalda i suoi freddi fornelli. Hanno riempito quelle toppe di buio che il mese scorso sembravano non muoversi più. I succhi nelle piante preparano la risalita. Tra poco il calicantus spanderà il suo richiamo. La vita riprende, anche se molti non si saranno nemmeno accorti della soglia attraversata. Chissà perché spesso proprio in questo periodo si manifestano mali, lievi o mortali, come un enigma che l’anno dovrà sciogliere.
Perché solo nell’imminenza di una fine ci accorgiamo di vivere? E perché, quando l’allarme rientra, tutte le promesse di non dispersione si sciolgono come neve al sole? La vita di ogni giorno è ipnosi.
Ma si può, io chiedo allora, si può vivere come con le spalle al muro? Conservare questa fiammella di autocoscienza nei venti dell’illusione?