Lo zenith di Un’altra giovinezza, di Francis Ford Coppola. Un pandit che assiste un risveglio, con l’imparzialità della compassione, recitando il mantra finale del Sutra del cuore:

Andare, andare oltre,
trascendere
approdare al di là,
nel cuore radiante e perfetto
del puro Risveglio:
adesso!

È così, quando alla speranza ardente,
che insegue il desiderio supremo fiduciosa,
l’appagamento apre le sue porte;
di colpo da un abisso eterno irrompe
un fuoco troppo grande, e ne siamo sconvolti;
noi volevamo accendere la torcia della vita,
ed un mare di fiamme ci inghiotte, e di che fiamme!
E’ amore? Oppure è odio? La vampa che ci avvolge
avvicenda un dolore ad una gioia immane,
così che noi guardiamo di nuovo verso terra,
per ripararci nei più giovani veli.

Goethe
Faust, II, 4704-14

Ormai ognuno può avere il suo cretino quarto d’ora di celebrità molto a buon mercato. Ma io voglio parlare di un altro quarto d’ora. E’ Il Quarto d’Ora perché è l’ultimo. E’ l’avvicinarsi della soglia, gli ultimi passi verso la porta, sì, anche dello spavento supremo.

E non importa la mano invisibile che all’ultimo ti afferra il tallone.

Un quarto d’ora - ma può essere anche secondo, giorno o settimana - scomodo, uno si immagina. Ma spesso anche l’unica occasione per fare la propria conoscenza, rendersi celebri a sé stessi.

Il principe Myškin, ovvero l’Idiota, raccontò la storia venutagli in mente per caso, di un condannato a morte. Nel buffo accalorarsi tradiva l’esperienza diretta di Dostoevkij, graziato a un passo dalla fucilazione. Ogni cosa era impressa indelebilmente: i preparativi del patibolo, i lunghi vestiti bianchi dei condannati, il crocifisso e la benedizione del prete. Dieci minuti erano passati.

gli pareva di dover vivere in quei cinque minuti tante vite, che per il momento non era il caso di pensare all’ultimo istante

Poi, dopo aver salutato i compagni - rimanevano ormai due, tre minuti - si propose di pensare a se stesso:

aveva sempre avuto il de­siderio di raffigurarsi, con la maggior rapidità e chiarezza possi­bile, come mai adesso esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato un certo che, qualcosa o qualcuno; ma chi? E dove? Tutto questo credeva di risolverlo in quei due minuti!

E alla fine, la risposta: dal tetto dorato di una chiesa, i raggi del sole sprizzavano luce:

gli sembrava che fossero la sua nuova natura, e che di li a tre minuti egli si sarebbe in qualche modo fuso con essi…

pic-0114.jpgE allora s’impose un pensiero, il pensiero di poter vivere in eterno, la promessa che non avrebbe più dissipato un solo secondo, nemmeno uno avrebbe perso di quel tempo che solo allora gli era apparso così prezioso, nel suo vero, incommutabile prezzo.

La pena, all’ultimo minuto, fu commutata. L’insperato soccorso che piomba giù dall’alto. Ma che? Il condannato confessò al Principe di non aver vissuto affatto come promesso, e di aver perso in seguito molti minuti.

pic-0117.jpgE’ fine gennaio, i crepuscoli sprizzano raggi gassosi, il sole scalda i suoi freddi fornelli. Hanno riempito quelle toppe di buio che il mese scorso sembravano non muoversi più. I succhi nelle piante preparano la risalita. Tra poco il calicantus spanderà il suo richiamo. La vita riprende, anche se molti non si saranno nemmeno accorti della soglia attraversata. Chissà perché spesso proprio in questo periodo si manifestano mali, lievi o mortali, come un enigma che l’anno dovrà sciogliere.

Perché solo nell’imminenza di una fine ci accorgiamo di vivere? E perché, quando l’allarme rientra, tutte le promesse di non dispersione si sciolgono come neve al sole? La vita di ogni giorno è ipnosi.

Ma si può, io chiedo allora, si può vivere come con le spalle al muro? Conservare questa fiammella di autocoscienza nei venti dell’illusione?

sufi.jpgSappi che il mondo tutt’intero è uno specchio,
e in ogni atomo si trovano cento soli fiammeggianti.
Se tu fendi il cuore di una sola goccia d’acqua,
ne scaturiscono cento puri oceani.
Se tu esamini ciascun grano di polvere,
mille Adami possono esservi scoperti…
In un seme di miglio è nascosto un universo;
tutto è raccolto nel punto del presente…
Da ogni punto di tale cerchio
sono tratte forme a migliaia.
E ciascun punto, nel suo ruotare in cerchio.
è ora un cerchio, ora una circonferenza che gira.

Gulshan-i Râz
XIII-XIV sec.

François Villon l’appeso. L’athanor che digerisce i peggiori escrementi dell’epoca e distilla l’oro di una poesia scintillante, che brucia i ponti col medioevo.

Jean Teulé sorvola sulle implicazioni esoteriche e i risvolti leggendari, si attiene alla lettera della storia e delle autoconfessioni del poeta. Nonostante (o forse proprio per) questo, Io, François Villon è un romanzo che sa di fiction televisiva, non fosse che i buoni e telegenici sentimenti qui sono banditi.

Ubriacone, ladro, traditore e assassino per futili motivi, dedito a massacri e razzie di innocenti assieme ai compagni coquillards. Nemmeno il Céline antisemita e in fuga con l’esercito nazista si era abbassato a tanto fango.

Viaggio al termine della notte? Sarebbe una facile etichetta, come “poeta maledetto”. Tanto che qualcuno sospetta che l’intera sua vita, quella confessata nei suoi versi, fosse un artificio per criptare sotto il gergo argotico un’esperienza mistica a rischio di Inquisizione.

Ma nel romanzo di Teulé entra l’uomo e solo l’uomo. E come ogni vita contiene una chiave di volta, un lampo che mostra a se stessi, anche per un istante. E da quel momento non ci si può più avere. Dovesse coincidere con la fine.

Il punto di non ritorno, quando Villon datosi alla macchia, esce da una casa appena razziata e si vede specchiato “nel lampo bluastro di un vetro rotto”. Non si riconosce. Aveva conosciuto tutto ciò che la vita offriva, le taverne e le corti dei principi, le aule dei sapienti, i bordelli e la forca, aveva conosciuto l’amore e l’aveva dato in pasto a un branco di stupratori coquillards. Aveva nuotato nel sangue delle sue vittime. La sua leggenda e la sua poesia, intanto, brillavano senza di lui a Parigi. Immortali, qualcuno diceva. Ma ancora non conosceva se stesso.

Riconosco la giubba dal colletto,
Riconosco il monaco dall’abito,
Riconosco il signore dal valletto,
Riconosco la monaca dal velo,
Riconosco l’imbroglione dal gergo,
Riconosco i folli nutriti di formaggio,
Riconosco il vino dalla botte
Riconosco tutto, fuorché me stesso.

François Villon

Ballata delle cose ovvie

 

Sottoposto a inenarrabili torture, Villon scampa dalle carceri antropofaghe di Meung-sur-Loire e una volta di più alla forca. Ha soli trentadue anni ma è prosciugato nel corpo e nell’anima. Lascia un testamento di oltre duemila versi e una ballata per il suo carceriere. I giochi sono fatti.

Una mattina esce dal cono si luce della storia, allontanadosi a piedi dalle porte di Parigi. E di lui non si saprà più nulla.

Chi

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