E se la vita non ti dovesse niente?
“Ogni giorno sei messo alla prova, e ciò che hai vissuto ti fa credere di avere diritto a un risarcimento. Ma bisogna fermarsi in tempo.”
Vittorio Manti in Nero Bifamiliare, di Federico Zampaglione 2007
Forse come film non è un’opera d’arte, però Nero Bifamiliare lascia qualcosa. Qualcosa di molto più importante della perfezione estetica. Vale la pena parlarne proprio perché è uscito ormai da diversi mesi. Per quello che rimane al di là dell’attuale.
Vittorio Manti è un assicuratore che arrotonda lo stipendio organizzando truffe ai danni della sua compagnia. E’ nella prima scena che entra nell’appartamento di un anziano inquilino, chiave inglese in mano, diretto verso il bagno dove un rubinetto perde. E invece di ripararlo, si accanisce contro la tubatura.
La voce del protagonista ci informa che a nove anni ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale, e che da allora ha capito che la vita non è un gioco da ragazzi. Manti cerca quello chiunque – nessuno escluso, con varie pretese – pensa gli sia dovuto: un risarcimento. Ma in lui c’è l’accanimento della vittima speciale, una meschinità che non perde occasione di vendicarsi.
Manti è un generatore di ingorghi. La sua intransigenza, il suo dente-per-dente lo porta alla psicosi nei confronti dei suoi vicini, una pittoresca coppia rumena che Manti crede colpevoli dello svaligiamento della propria villa. I sospetti lo trascinano sempre più giù nella spirale delle distorsioni e ritorsioni. Fino all’orlo dell’irreparabile.
Ed è proprio dopo aver toccato il fondo, a intreccio ormai risolto, che si avviene qualcosa che buca lo schermo, e non è una semplice appendice. A bordo di un’auto con una sua assicurata alla guida, Manti attende una vittima per simulare un tamponamento. Vede allora arrivare il furgone di un barista con cui pochi giorni prima aveva avuto un alterco. Non può lasciarsi sfuggire l’occasione per la vendetta che gli aveva promesso.
Il bersaglio è centrato, la donna finge come da copione e viene mandata in ospedale da un medico compiacente, i due nemici si trovano faccia a faccia. Ma qualcosa, in Manti, è già cambiato. Per l’ultima volta passa davanti ai suoi occhi il ricordo del giorno in cui ha perso i genitori. E, per la prima volta, Manti lascia passare, rifiuta di chiedere il risarcimento.
Si allontana con l’ultimo suo ingorgo alle sue spalle, le conseguenze delle sue scombiccherate azioni. Abbandona tutto. Come un attore che improvvisamente smette il copione e prende la porta d’uscita, senza ascoltare il pubblico e il regista che lo vorrebbero com’è sempre stato.
Quando rinunci a millantare un credito dalla vita, smetti di essere in debito con ciò che hai vissuto. Quando smetti di fermarti a correggere tutto ciò che ritieni inaccettabile, allora si apre nuovo spazio. Molto spazio nella vita. Manti diventerà, assieme a sua moglie, fonte di chiacchiere per i nuovi dirmpettai così come lo erano stati i coniugi rumeni. Ma, allo stesso modo, guardati anche con segreta invidia.
Forse la morale non è così scontata come molti recensori hanno creduto di leggere, fermandosi come sempre alla superficie. Se Zampaglione, cantante dei Tiromancino, voleva fare un film di denuncia sociale, be’, forse non ha centrato l’obiettivo. Ma Vittorio Manti ci ha fregati tutti. Perché ha rinunciato a qualcosa che chiunque adora più dello stesso profumo della felicità. A cui forse – a torto – sembra poco eroico rinunciare: la propria sofferenza.
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- Pubblicato:
- Settembre 27, 2007 / 8:22
- Categoria:
- I Rinuncianti
- Tag:
- cinema, rinunciare, soffrire



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