Non indicare le piante con il dito

Secondo il padre di un mio amico, se nell’orto indichi la verdura con il dito, non raccoglierai niente. Io, che coltivo la terra da alcuni anni, ho riflettuto spesso su questo argomento. E in questa considerazione trovo un fondo di vero.

Pochi giorni fa, un collega mi raccontava che dalle centinaia di piante di pomodori che quest’estate mi mostrava cariche di frutti – “guarda quanti: li ho piantati in ritardo, ma a settembre sono tutti maturi” – non ne ha poi raccolto nemmeno uno. “E’ perché li hai indicati” gli ho risposto. Siamo scoppiati a ridere, concludendo che hanno ragione i contadini a lamentarsi sempre del tempo (di qualsiasi tempo metereologico), del raccolto, degli insetti e delle malattie.

E’ vero, i contadini scongiurano le disgrazie anticipando le lamentazioni: ma del resto, chi non lo fa continuamente? Quante volte ci sentiamo dire “non voglio parlarne finché la cosa non è andata in porto”, oppure: “non accadrà mai, sicuramente”. Non è mica soltanto per riservatezza. Né si può liquidare solamente come scaramanzia.

Io dico la mia, quello che ho visto.
Le piante non vogliono essere guardate mentre sono al lavoro per crescere. Non tutte le piante, solo quelle che noi abbiamo seminato. Quelle selvatiche possiamo puntarle col dito quanto vogliamo, continueranno a crescere vigorose e a proliferare invidiabilmente. Sono immuni al nostro gesticolare.
Ma immuni da che? Perché il gesto di indicare, o meglio di aspettarci un risultato, dovrebbe spargere il germe del fallimento?

Le piante selvatiche non muoiono perché a nessuno importa che vivano o muoiano, se vanno a seme o se ingrossano bene la radice. Nessuno raccoglierà i frutti o conserverà la semente. Nessuno saprà mai se quella è la stessa erbaccia di ieri, o qualcun’altra che nel frattempo l’ha soppiantata. Tentano il tutto e per tutto. Molte ci riescono (sono geneticamente più forti), ma altrettanti semi non daranno nessun frutto.

Se non si vuole giustificare la follia del “mi metto al riparo da tutto” della chimica (ma in questo caso siamo nel settore dell’industria, non più dell’agricoltura), la terra insegna questo. Soprattutto ora che le condizioni climatiche mettono a dura prova il lavoro. Non arriva mai quello che ti aspetti, come te lo aspetti. Magari sfonderai le ceste con quintali di frutti strani e insperati. Ma ciò che hai accudito come tuo figlio, molto spesso ti darà amare delusioni.

Perché se ogni speranza è sporca di paura, allora preferisco disperare.

Riesce ciò che seminiamo con noncuranza – vera noncuranza, non finta. Guardarlo poco, indicarlo mai. Lo stretto necessario di cure. Se si ammala e muore, nessuna lacrima. Ma l’importante è seminare.

Questi nella mia mano sono topinambur, detti anche carciofi del deserto. Qualcuno li aveva piantati nel mio terreno piantati anni fa, e da allora continuano a rinascere ogni anno. Spuntano dopo il raccolto dei piselli e crescono alti più di tre metri (sono, botanicamente, della famiglia dei girasoli). Non chiedono nessuna cura. E, ovviamente, fino al momento di raccoglierli non li degno di uno sguardo.


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