Lo splendore velato
- Ti dico che l’ho visto, il lembo della coperta. Ferma al semaforo, un’ambulanza spalancata. Gli infermieri, coperti dalla lettiga, erano stretti alla donna. La gente alla fermata del tram assistiva tutta assorta. Tutti davano di spalle, non si sono accorti. E’ stato allora che…
- E come l’hai riconosciuto?
- Una foglia. A pochi metri una foglia, scendeva lenta ruotando su sé stessa come una girandola. Quando ha toccato l’asfalto, allora l’ho visto. Cioè, non ho visto molto. Il lembo si è sollevato poco poco. Appena un dito, un dito del piede.
Ma quel dito era l’Alluce, l’Alluce dello Splendore.
L’apparizione fugge veloce come una minilepre.
Niente di speciale, per carità: alzi la coperta e ti lustri gli occhi (tutto è ancora lì). Respiri respiri. Ogni cosa è al suo posto. Come rivedere il cielo.
- Ma come, il cielo non lo vedi sempre?
- Sì, ma velato!
Sai cosa?
Raccontano che i porcini non crescano più dove l’uomo ha messo i piedi. Così ribatti le orme dei tuoi passi, hai con te qualcuno per mostrargli la scoperta, la foga ti mozza il fiato. Ma fai la figura del deficiente. Quando hai calpestato la terra una volta, è già tutto finito.
- Ho tirato il velo, ma nessun lembo. Questo velo non ha fine?
Non serve aspettare alla fermata alla stessa ora. Devi perdere ogni volta la strada, se hai capito come vederlo di nuovo. Prendere-e-lasciare (ogni affare da sbrigare è una patata bollente, ma chissà perché preferisco sempre farmi cuocere le mani), prendere-e-lasciare. Questa è l’unica regola.
“Lo spledore velato”: è l’ultimo capitolo di K di Roberto Calasso, uno dei pochi libri che parli di Kafka al di là dei soliti luoghi comuni: “In Kafka – cito a memoria – non c’è angolo sordido che non si lasci trattare come metafisica. E non c’è metafisica che non si lasci trattare come un angolo sordido”. Ed è nell’ultima pagina che Calasso riporta questo passo dagli Aforismi di Zürau:
E’ senz’altro pensabile che lo splendore della vita circondi chiunque, e sempre nella sua intera pienezza, accessibile ma velato, nel profondo, invisibile, molto lontano. Però esso sta lì, non ostile, non riluttante, non sordo. Se lo si chiama con la parola giusta, con il nome giusto, allora viene. Questa è l’essenza della magia, che non crea ma chiama.
Parole sante.
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- Pubblicato:
- Ottobre 9, 2007 / 11:33
- Categoria:
- Lo splendore velato
- Tag:
- Franz Kafka, Roberto Calasso, Splendore



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